gia

Il Sogno di Giacobbe un sogno lungo 14 metri, largo 6, alto 9. Si estende nell’abside e nella volta, lungo 16 vele, nell’ex chiesa di Santa Barbara. La tecnica adoperata da Spatari è una sua invenzione: le figure sono ritagliate su fogli di legno leggero (Spatari le definisce “silhouettes”), quindi dipinte e poi applicate come rilievi sospesi nell’aria. Leggeri aerei bassorilievi volanti. Chiedere a Nik Spatari perché abbia scelto di raccontare la storia di Giacobbe, è come chiedergli perché è Nik Spatari. Chi lo conosce sa che la Bibbia lo ha intrigato, tormentato, ossessionato fin da bambino. “Cominciò durante la guerra — racconta — mia madre riceveva in casa un settimanale cattolico che conteneva, a fascicoli, la Bibbia illustrata da Gustavo Doré”. Le immagini figurate lo incantarono, le parole le mandò giù a memoria. E dei personaggi biblici, due amò tra tutti:
Giobbe, l’uomo abbandonato da Dio e dagli uomini, e Giacobbe, l’uomo ossessionato dal doppio. Il suo gemello, le due mogli, le due serve, le due patrie, le due terre.
È dedicato a Campanella, Il Sogno di Giacobbe, a Campanella utopista della Città del Sole e a Michelangelo, “Michelangelo astronauta, Io definisce Spatari. Ed è davvero una geografia anatomica straordinaria quella che è dato di vedere nella folla di personaggi che animano il sogno. Sono uomini e don­ne del nostro tempo, che raccontano la nostra storia. Con i muscoli, i tendini, lo slancio delle membra. “E’ un’umanità assai diversa da quella michelangiolesca — dice l’artista — i corpi sono meno gonfi, più tesi, più dinamici. C’è una energia, forse anche una sofferenza, sconosciute alla gente del Rinascimento”.
Giacobbe ha le stesse fattezze di Spatari, stessa imponenza, stessa barba, stessa malinconia e dolcezza nel viso reclinato. “E’ la tavola di Spatari. Verranno fin qui a studiarla, perché Spatari ha rappresentato tutti i colori, i fondamentali e i complementari, tutti i colori che sono in natura”. Giacobbe rivede come in un film tutta la sua vita. Nella prima vela, la nascita. lsacco aveva settant’anni, dice la Bibbia, quando Giacobbe nacque da Rebecca, e nacque tenendo il calcagno al suo gemello Isau. Per questo gli diedero il nome di Giacobbe, che vuol dire “il soppiantatore”. E, Giacobbe, forse per questo Spatari lo sente così vicino a se, ebbe a lotta­re con Dio e con gli uomini, per il suo essere, tra gli uomini “secondo”: Sia nella nascita — dopo Esaù — sia nell’amore di suo padre, che gli preferiva il fratello.
Così dovette soppiantarlo con l’inganno della zuppa di lenticchie, che gli cedette in cambio della primogenitura (seconda vela). E Con l’inganno ottenne la benedizione da lsacco al posto di Esau (quarta vela). La parte centrale della volta, forse la più bella, è il romanzo d’amore di Giacobbe contenuto nel romanzo della sua vita. Anche qui, deve fare i conti col doppio. S’innamora di Rachele. Era sua cugina, figlia di Labano, era una pastora e lui la incontrò con le sue pecore. “Allora dice semplicemente la Bibbia — baciò Rachele, alzo la sua voce, e pianse”. Non fu facile, per Giacobbe, sposare Rachele.
Labano lo costrinse a lavorare sette anni, prima di averla; ma dopo i sette anni volle che lui sposasse anche la sorella, Lea, che era innamorala di lui. E l’una e l’altra erano sterili, così Giacobbe dovette giacere con la serva dell’una e dell’altra, per avere dei discendenti, finché Dio non donò loro la grazia dì averne. Segue la parte della storia più piena di simboli teologici e più significativa della storia di Israele. (Dio sarà il nome di Israele a Giacobbe). Giacobbe passerà per una serie di prove (scappa da Labano e poi scende a patti con lui; si riappacifica con Esaù, distrugge gli idoli), fino al culmine della sua storia e della sua fede. Una notte lotta per tutta la notte con un essere misterioso nel quale egli riconosce Dio.
“Ho visto Dio faccia a faccia, dice nella Bibbia, ed egli mi ha risparmiato”. E lo ha risparmiato perchè ha da portare avanti un compito. Far grande Israele (i suoi dodici figli ne costruiranno la stirpe), e, tramite il prediletto, Giuseppe, il figlio della vecchiaia, arrivare fino in Egitto. Solo allora, Giacobbe morrà. La scena della morte, che attraversa tutta la parete di fronte all’abside, è tra le più belle. Avviene di notte (il sogno era all’alba), Giacobbe—Spatari è accasciato. Intorno a lui lo piangono le donne, alle sue spalle una donna—uomo. Ha le mani atteggiate a triangolo davanti agli occhi enigmatici. Rappresenta il mistero. È davvero morto, Giacobbe?